Proscenio Sardo

Al centro della scena.
La Sardegna ha quasi sempre occupato il proscenio ellittico della storia mediterranea;

le antiche radici della sua contemporanea identità.

Vasco De Cet - Ottobre 2011

Immagine Slideshow

Anfiteatro del tempo

al centro della scenaAndalusia, Murcia, Valencia e Catalogna; Aquitania, Midì, Linguadoca e Provenza col Principato di Monaco; Liguria, Toscana, Lazio con la Santa Sede, Campania e Calabria; la Sicilia con lo stretto ed il canale che aprono la via al mare orientale verso Malta e lo Ionio, l’Egeo, le coste libiche, Medina, Gabes, Sfax, Mahdia, Monastir, Sousse, Nebeul; poi il golfo di Tunisi, Bizerta, Beja e Jendouba; le 14 wilaya (province) costiere dell’Algeria e le regioni marocchine di Oujda con l’enclave spagnola di Melilla, Taza-Al Hoceima-Taounate e Tangeri; Gibilterra; le Baleari: nelle cicatrici, nelle ferite ancora aperte sul territorio, nelle lingue, nel carattere delle sue molte genti, nella sua storia, la Sardegna incarna questo scenario storico, naturale, geografico, economico, politico e militare.

La storia è sedimentata a strati sull’Isola-Continente, è ovunque: nelle persone e nelle cose; è ricchissima; è frastagliata come buona parte della sua costa; è tormentata come quella occidentale, battuta dal mare dopo che ha preso forza nel Golfo del Leone – tra Spagna, Francia e Nord Africa - spinto dal maestrale che dalla Valle del Rodano porta sin qui l’aria raccolta in Europa e in Atlantico.

La Sardegna ha quasi sempre occupato il proscenio ellittico della storia mediterranea.

Antiche radici, Shardana

Dolmen, menhir, domus de janas e reperti raccontano di civiltà sapiens pre-nuragiche (14000 a.c.-1600 a.c).

Tombe, pozzi sacri, villaggi, oltre 7.000 nuraghi, scritti, armi, manufatti ed opere artistiche narrano di una civiltà avanzata, raffinata e progredita di naviganti, guerrieri, agricoltori e pastori che aveva rapporti con Micene, i Fenici, gli Etruschi. I nuragici “Shardana” (Sardiani) furono anche pirati e mercenari, conflissero con gli egizi, li servirono ed è provato che raggiunsero le coste dell’Africa sub-sahariana. Probabilmente d’origine semitica, giunsero sull’Isola intorno al 1600 a.c. dalle regioni costiere (oggi Siria e Palestina) dell’Asia

Minore (oggi Medio-Oriente); parlavano una lingua indoeuropea simile al latino; come i Sardi tardo-preistorici, adoravano una sola divinità con caratteri israeliti che si chiamava Yahwhé. Secondo una teoria accreditata, la civiltà nuragica potrebbe essere alla radice del mito di Atlantide, distrutta dall’inondazione susseguente ad uno dei maremoti che investirono il Mediterraneo nell’antichità; forse non è casuale il fatto che i greci chiamavano nuragici ed etruschi con lo stesso nome: Tirsenoy.


Cartagine, Roma e le città

La civiltà nuragica sfumò progressivamente nel dominio Cartaginese prima e Romano poi. Occupando le coste, le potenze emergenti spinsero i nuragici verso l’entroterra dove sopravvivono tracce della loro cultura.

I Fenici, presenti nell’Isola dal 700-900 a.c. ebbero rapporti pacifici e scambievoli con i Sardi; i Cartaginesi invece guardarono subito la Sardegna con marcato intento colonizzatore. Intorno al 535 a.c. i Sardi respinsero il primo tentativo di conquista cartaginese; gli insediamenti fenici costieri divennero città, ma subendo l’egemonia culturale ed economica della civiltà nordafricana; entrarono in scena Karalis (Cagliari), Solki (Sant’Antioco), Bosa ,Tharros, Bithia (Chia), Neapolis (Santa Maria di Nabui), Cornus (Cuglieri), Nora, Otocha (Santa Giusta).

I Romani dominarono la Sardegna dall’inizio del 200 a.c., dopo averne condiviso la signoria con Cartagine per qualche tempo e più d’un conflitto. Soffocarono numerose rivolte, imposero l’egemonia romana e fondarono anche città, come Turris Libisonis (Porto Torres) sull’ingresso occidentale dello stretto a nord e Forum Traiani  (Fordongianus) lungo la via che univa il nord col sud. In questo periodo Olbia, che era già stata una città di riferimento con Fenici e Cartaginesi, conobbe un periodo di nuova importanza e vitalità. Strade, centri urbani ed opere pubbliche caratterizzarono la dominazione di Roma, che fece della Sardegna uno dei suoi granai e diede col latino volgare l’impronta definitiva alla lingua sarda.

La vocazione cosmopolita

Il sardo contemporaneo, che è una lingua romanza, si distingue in due varianti: il Logudorese al centro nord ed il Campidanese al sud. Ci sono poi i suoi “dialetti”: l’Arborense parlato nell’area centro-occidentale, il Barbaricino della zona attorno a Nuoro (il Loguodorese più prossimo all’originale) e l’Ogliastrino della zona centro-orientale; il Gallurese, parlato al nord-est è una variante del dialetto corso del sud; il Sassarese parlato nel nord-ovest rispecchia la storia comunale e mercantile della città ed è un ibrido tra il logudorese con cui convive, il corso, il toscano ed ha influenze catalane, spagnole e liguri. A Carloforte, sull’Isola di San Pietro si parla il Tabarchino, un dialetto arcaico di radice ligure; ad Alghero si parla una variante ibrida del Catalano e degli idiomi dialettali delle province di Girona, Barcellona e delle Baleari. Ad Arborea, città di fondazione, e nel Campidano oristanese va scomparendo il dialetto veneto, introdotto con le immigrazioni associate alla bonifica delle paludi nella prima metà del 1900 d.c.; a Fertilia va esaurendosi un dialetto ibrido veneto-friulano portato da un flusso immigratorio d’origine istriana e dalmata che dopo il secondo conflitto mondiale si aggiunse ad uno di radice ferrarese precedente alla guerra. Ad Isili, nel Sarcidano, cioè tra Campidano e Barbagia, sta scomparendo un gergo d’origine zingara, portato probabilmente da artigiani e venditori ambulanti di manufatti in rame.

Ricchezza

Lo sfruttamento minerario, iniziato circa 6000 anni a.c. con l’ossidiana del Monte Arci fu integrato intorno al 3000 a.c. dall’estrazione metallifera, proseguita e sviluppata dai nuragici prima e da Fenici e Cartaginesi poi, specialmente nell’Iglesiente; in epoca romana essa divenne intensiva interessando anche altre aree come il Sarrabus a sud-est e impiegando forzati e schiavi oltre ai minatori, allora detti “metallari”. Col declino dell’Impero anche l’attività mineraria subì una recessione; interi bacini estrattivi furono abbandonati, per essere riscoperti molti secoli più tardi.

Vandali

All’inizio del IV secolo (400 d.c.), sospinti dall’effetto combinato della pressione degli Unni da nord-est e dalla resistenza romana nell’Italia centro-settentrionale, i Vandali dell’Europa centrale erano penetrati in Gallia (Francia) ed in Spagna; da qui occuparono il Nord-Africa, passarono in Sicilia e poi in Sardegna, sottraendo l’Isola ai romani. Nella seconda metà del 400 d.c. i Vandali confinarono sull’Isola degli esuli africani, tra i quali un gruppo di guerrieri mauritani; questi furono insediati a Forum Traiani (Fordingianus) per contrastare la popolazione dell’interno che resisteva ai nuovi dominatori; solo dopo la fine del dominio vandalo, dediti ormai al brigantaggio ed al saccheggio, si sparsero per l’Isola, scendendo anche verso il Sud.

Bisanzio

Dopo il dominio Vandalo durato 80 anni, nel 534 d.c. iniziò quello bizantino. Con la nuova signoria si giunse presto alla conversione al cristianesimo anche nell’interno dell’Isola, con il patto tra Zabarda, dux di Papa Gregorio Magno, e Ospitone, capo della Barbària (oggi Barbagia) che restava irredenta durante il dominio bizantino. Intenso fu l’influsso bizantino culturale e religioso, nei costumi, nelle tradizioni, nell’arte, nell’architettura e nelle strutture politiche; un’influenza della quale ancor oggi sono vivide le tracce, miste a retaggi preesistenti.

 

 

Splendore medievale

La suddivisione politico-amministrativa bizantina sopravvisse al progressivo affievolirsi del dominio imperiale, causato anche dalla crescente influenza araba nel Mediterraneo. Verso la fine del 800 d.c. la Sardegna – che fu prima un Ducato dell’Esarcato d’Africa e poi Arcontea dipendente direttamente da Costantinopoli - si avviò verso l’autonomia dall’Impero e, sulle vestigia delle sue articolazioni, presero forma i Giudicati.

La cultura politica sarda a cavallo della fine del primo millennio d.c. differì da quella che nello stesso periodo maturò sulle coste europee; il diritto romano fu il suo riferimento; l’Isola restò per questo sostanzialmente estranea al feudalesimo, che vi si affermerà solo col dominio catalano dal 1400 d.c.

I Giudicati furono veri e propri stati sovrani che non rimasero del tutto indenni dalle forme feudali prevalenti nel continente; emerse infatti un’aristocrazia latifondista che, però, non ebbe lo stesso carattere di quella feudale. Furono per molti aspetti piuttosto moderni e la loro esperienza è al pari di quella Comunale che caratterizzò l’Italia centro-settentrionale e l’Europa occidentale nel medioevo. Anche significative esperienze comunali s’intrecciarono in Sardegna con quelle giudicali, come soprattutto Sassari e Villa di Chiesa (Iglesias) che, con Alghero, Cagliari, Oristano, Bosa ed altre città, ancora per diversi secoli dopo la fine dei Giudicati resteranno distanti dai modelli di feudalesimo introdotti dagli aragonesi.

I Giudicati erano 4: Cagliari (Santa Igia, cioè Santa Gilla), Arborea (Tharros, poi Oristano), Torres (Porto Torres, poi Ardara ed infine Sassari) e Gallura (Civita, cioè Olbia e Luogosanto). Pur mantenendo una comune matrice bizantina ed istituzionale, differivano tra loro per consuetudini politiche, cultura e raffinatezza delle corti, potenza, ricchezza, ecc. Inizialmente c’era anche un piccolo Giudicato, quello di Agugliastra (Ogliastra), che fu, però, presto assorbito da quello di Cagliari.

La monarchia giudicale era un misto tra ereditaria ed elettiva e fondava la sua legittimità sul consenso delle “Corone”, sorta di parlamenti che esercitavano funzioni di pubblico governo e giustizia accanto al Giudice. Le istituzioni erano articolate, equilibrate e sussidiarie. Il patrimonio dello Stato era separato da quelli privati del Giudice e degli aristocratici. La condizione dei cittadini e la servitù, la proprietà, l’uso delle terre ed il demanio pubblico, il diritto civile e penale, erano regolati in modo molto avanzato per l’epoca.

Pisani e Genovesi erano entrati in Sardegna quando, nel 1015-1016 d.c., respinsero il tentativo di invasione del Principe delle Baleari Mujiahid, fedele al Califfo di Cordoba. E’ l’ultimo scontro vero e proprio, dopo quasi tre secoli di pressione araba cui i Sardi resistettero con alterne vicende. Seguiranno ancora molto a lungo numerose scorrerie, ma il pendolo geopolitico oscilla ormai altrove.

Il Giudicato di Cagliari cadde in mano Pisana a metà del 1200 d.c. Quello di Torres fu spartito fra le famiglie genovesi dei Doria e dei Malaspina nello stesso periodo. Il Giudicato di Gallura, controllato dai Pisani sin dall’inizio del 1200 d.c. cessò di esistere più o meno con quello di Cagliari. Di queste vicende si avvantaggiarono territorialmente gli aragonesi ed il Giudicato di Arborea che cessò di esistere solo due secoli dopo.

Il Giudicato di Arborea si oppose strenuamente all’ambizione di dominio degli aragonesi sull’Isola intera in base all’avocazione del Regno di Sardegna e Corsica da parte del Papa per cederlo al Re d’Aragona, dietro pegno di vassallaggio e pagamento annuo, nell’ambito di un trattato finalizzato all’equilibrio tra Angioini e Aragonesi in Sicilia dopo i Vespri.

La prima fase del periodo giudicale, quindi, si può collocare tra il 900 ed il 1250 d.c.; la seconda fase, che vede protagonista il solo Giudicato d’Arborea, dalla metà del XIII secolo (1250 d.c.) al 1420 d.c.

Il Giudicato sardo

Quando Bonifacio VIII, nel 1297 concesse al Re Aragonese il Regno di Sardegna e Corsica, ignorò le altre signorie già insediate: il Giudicato d’Arborea, sopravvissuto agli altri tre; il Comune di Sassari, i domini genovesi dei Doria a nord, e quelli pisani a Cagliari, Villa di Chiesa ed in Gallura.

Per questo gli Aragonesi ritenevano vassalli i Giudici di Arborea che, invece, si consideravano i legittimi sovrani dell’Isola.  In questa diversa visione reciproca (paritaria per i Sardi, subordinata per gli aragonesi) pesa la diversa cultura istituzionale delle due casate e l’indole indipendente dei Sardi. Il Re Aragonese, cioè il Conte di Catalogna, conferì numerosi titoli e terre alla famiglia Giudicale fino a creare Visconte di Bas Ugone II, nonno della futura Giudicessa Eleonora, elevandolo ai vertici della gerarchia nobiliare del regno catalano; lo fece per marcare il vassallaggio del Giudice ed allo scopo di assicurarsene la lealtà nella lotta di conquista del “suo regno sardo” contro le Repubbliche Marinare; per contro Ugone II accettò l’intreccio iberico per sfruttare a proprio vantaggio la potenza militare degli aragonesi, allo scopo di liberare la “sua Isola” dagli invasori liguri e toscani.

Quando ancora regnava Ugone II, al figlio Mariano venne concesso dal Re d’Aragona il titolo di Conte del Goceano (centro-nord/Tirso; Bono, Benetutti, Bultei, Nule, Burgos, Bottidda, Illorai, ecc.) e della Marmilla (centro-sud/giare); lo rese così suo vassallo per quei territori isolani del Regno sardo-corso che non facevano formalmente parte del Giudicato; Mariano si distinse subito per una visione illuminata e lungimirante dell’organizzazione agraria, politica e militare delle sue terre. Salì al Giudicato quando, senza discendenti, morì suo fratello maggiore Pietro III e volle subito arginare le mire catalane sulla Sardegna.

Scacciate le Repubbliche Marinare dalla terra sarda i nodi del rapporto con gli aragonesi erano venuti al pettine; malgrado le parentele Mariano IV invertì, quindi, la politica paterna di alleanza con la corte iberica e lo scontro fu inevitabile, sanguinoso e lunghissimo: oltre 90 anni. Mariano condusse, anche assieme al figlio Ugone, numerose operazioni militari per mare e per terra circoscrivendo la presenza aragonese a Cagliari ed Alghero ed estendendo i suoi domini su quasi tutto il resto dell’Isola; commerciando con sagacia e cinismo le granaglie del suo regno in tutto il Mediterraneo accumulò enormi ricchezze con le quali finanziò senza difficoltà l’impegno bellico.

Promulgò il Codice Rurale; fu in corrispondenza con grandi personaggi del suo tempo su tutte le sponde del mare che abbracciava l’Isola.

Nella seconda metà del 1300 d.c. gli succedette il primogenito Ugone III, fratello maggiore di Eleonora, la cui madre era una nobildonna catalana, Timbora di Roccabertì; Ugone III sposò un’aristocratica viterbese dalla quale ebbe una figlia e proseguì le politiche indipendentiste paterne anche sul piano giuridico e militare; non riuscì, però, ad aver un buon rapporto con l’aristocrazia sarda la quale provocò una rivolta nel corso della quale fu ucciso con la figlia, futura Giudicessa.

Non è improbabile che sia stata la stessa sorella ad ordirne l’assassinio profittando delle circostanze. “Allontanata” dalla Sardegna da suo fratello che la sospettava di “intelligenza” con gli aragonesi a causa di malcelate ambizioni dinastiche, tramò forse col marito, Brancaleone Doria, genovese, che riconobbe i suoi due figli, anche se l’effettiva paternità del secondo non può essergli attribuita. Costui, pur essendo vassallo del Conte di Catalogna, aveva sposato la futura Giudicessa su ispirazione di Mariano IV in funzione anti-aragonese, poiché i Doria avevano ampi possedimenti nel nord dell’Isola. Ugone III glieli sottrasse, ma l’ascesa di Eleonora avrebbe di fatto ripristinato la signoria dei Doria sui loro possedimenti sardi.

Nel 1383 in Sardegna a seguito della rivolta fu proclamata una Repubblica confermando, però, i sistemi normativi che Mariano IV ed Ugone III avevano introdotto.

Eleonora

Eleonora chiese al Re d’Aragona – che era nominalmente titolare del Regno - di riconoscere la successione di suo figlio al Giudicato; regnava in Catalogna l’aragonese Pietro il Cerimonioso che, però, rifiutò temendo la potenza della famiglia legata a doppio filo con Genova la quale in un sol colpo avrebbe avuto signoria su oltre 2/3 dell’Isola e prese in ostaggio Brancaleone, recatosi a corte per ricevere terre, insegne nobiliari e trattare l’invio di una flotta in appoggio al ripristino della monarchia giudicale della moglie. Eleonora raggiunse comunque Oristano, regolò i conti con la fronda aristocratica e si autoproclamò reggente per conto del primogenito Federico; firmò però sempre i suoi atti di governo come Giudicessa, anche perché in Sardegna non vigeva la legge salica.

Secondogenita di Mariano IV, la Giudicessa era creditrice del Doge di Genova per una grossa somma; la figlia di questi era promessa a suo figlio Federico. Questo accordo saldava gli interessi geopolitici ed economici del Giudicato sardo a quelli della Repubblica Marinara. Eleonora era già, quindi, inserita nelle dinamiche politiche mediterranee ed europee ed era alleata della potenza ligure tramite vincoli economici e di matrimonio.

Eleonora fu una vera Regina. Trasse legittimazione al suo regno dal consenso com’era uso in Sardegna, governò con determinazione, saggezza e misura e seppe contrastare l’ambizione aragonese con scaltra efficacia, pazienza, forza e cinismo, estendendo il dominio del suo Giudicato a quasi tutta l’Isola. Sottoscrisse una pace con gli aragonesi, cedendo loro ampi territori per ottenere il riconoscimento della sua legittimità e la liberazione del marito; disattese, però, gli accordi armando un esercito che, guidato da Brancaleone, riconquistò gran parte di quanto aveva ceduto. Coltivò il germoglio della cultura indipendentista sarda piantato da Barisone I raccogliendo il testimone dal padre e dal fratello che lo avevano a loro volta idealmente ereditato da quel primo Re di Sardegna investito nel 1164 d.c. da Federico Barbarossa – non dal Papa – che cercò vanamente di unificare i Giudicati; i quali però, ad eccezione di quello di Arborea, derivarono sotto l’influenza pisana, genovese e catalana.

La Carta de Logu

Nel 1215 il Re d’Inghilterra, Giovanni senza terra, era stato costretto a concedere la Magna Charta Libertatum; la Charta, che è considerata l’embrione del riconoscimento dei diritti universali dell’uomo è, però, una sorta di “contratto” tra il monarca ed i suoi Baroni; al contrario, la Carta de Logu, voluta da Eleonora dopo quasi due secoli, ha un “respiro” costituzionale ed è uno dei primissimi documenti di questo tipo.

Due anni dopo la nascita di Eleonora, 41 anni prima della sua reggenza, 5 anni prima dell’ascesa al trono giudicale di suo padre Mariano IV, 50 anni prima della promulgazione della Carta de Logu ed un secolo e mezzo circa dopo la Magna Charta, nel 1342, un’altra donna aristocratica volitiva – la Contessa Margherita Maultasch di Tirolo-Gorizia (1318-1369) – aveva promulgato in Alto-Adige uno statuto che prevedeva forme di rappresentatività politica, creava un impianto amministrativo e giurisdizionale autonomo e pubblico, definiva ampliandole le libertà individuali, regolava la proprietà riconoscendola anche ai contadini, interveniva nell’organizzazione dell’attività mineraria, della giustizia, del commercio.

Eleonora promulgò la sua Carta de Logu nel 1392 quando il suo secondogenito Mariano V Doria stava per salire al trono giudicale, succedendo al fratello Federico (come il Barbarossa) morto prima di emanciparsi.

La Carta raccolse ed aggiornò gli ordinamenti ed il codice rurale del padre e del fratello di Eleonora, li integrò con alcuni impianti giuridici di matrice bizantina, recepì aspetti della civiltà giuridica comunale sarda (come il Breve di Villa di Chiesa e gli Statuti sassaresi) e del Centro-Italia; accolse elementi del pensiero giuridico catalano e canonico ed innestò il tutto sulle consuetudini locali; impresse un impulso sorprendentemente anticipatore alla fine del medioevo introducendo di fatto la certezza del diritto, la pubblicità delle leggi, la proprietà privata. Definì il diritto penale, civile, rurale procedurale, sancì due gradi di appello e garanzie processuali, tutelò le donne, fronteggiò l’usura, anticipò la natura moderna dello Stato, del Governo e della Giustizia, regolò il diritto di famiglia e le successioni, precorse il principio dell’erga omnes, affrontò il tema degli incendi con impressionante similitudine alle norme attuali.

Eleonora governò con realismo da Giudicessa e reggente tra il 1383 e il 1392 d.c., ma di fatto detenne il potere fino alla sua morte nel 1404 d.c.

Il Giudicato di Arborea soccombette definitivamente 11 anni dopo la battaglia di Sanluri del 1409 d.c., quando l’ultimo Giudice di Arborea lo cedette all’Aragona per 100.000 fiorini d’oro, mettendo fine ad un epoca di straordinario splendore culturale, giuridico, economico e politico il cui lascito è inesaurito.

La Carta de Logu, recepita, confermata ed estesa a tutta l’Isola dagli aragonesi dopo la fine del Giudicato, all’inizio del 1400 d.c., è rimasta in vigore in Sardegna sin quando il Codice di Carlo Felice – oltre 4 secoli più tardi - la sostituì nel 1827, sette anni dopo l’Editto delle Chiudende che ne aveva stravolto il presupposto rurale. La Carta de Logu ha impresso molti tratti della cultura isolana sulla quale ha inciso profondamente nel lungo tempo in cui è restata regolatrice delle Comunità e costituisce il raccordo con tutte le epoche e  le civiltà pregiudicali.

Sfruttamento

Con i bizantini la Sardegna aveva ripreso ad esportare metalli, specialmente l’argento, sino a che l’insidia dei pirati saraceni associata al declino dell’Impero Orientale lo rese difficoltoso. Dopo la nascita dei Giudicati, seguiti alla implosione dell’Impero di Bisanzio, i Pisani – egemoni in buona parte dell’Isola in base al trattato con Genova promosso da Benedetto XIII - diedero nuovo impulso all’attività mineraria, in particolare con Ugolino della Gherardesca, conte di Donoratico che signoreggiava nel sud dell’Isola. L’abbandono della Sardegna da parte dei Pisani a seguito delle sconfitte inflitte loro dall’alleanza tra Giudicato di Arborea e Regno di Aragona determinò l’interruzione dell’afflusso dei carichi d’argento alla Repubblica Marinara cosa che concorse non poco al suo declino. Durante la dominazione spagnola, nonostante gli sforzi, l’attività mineraria resterà residuale.

Declino spagnolo

Il Regno di Sardegna e Corsica, voluto da Papa Bonifacio VIII per gli aragonesi ma mai effettivamente formatosi, si compì, quindi, oltre un secolo dopo la sua istituzione, solo con la fine dell’ultimo Giudicato. Mentre l’Europa s’avviava verso la fine del medioevo, gli ordinamenti aragonesi e la loro politica oppressiva e vessatoria rigettarono la Sardegna indietro nel tempo dopo l’anelito di modernità e splendore che l’avevano distinta. Insistentemente il Re d’Aragona cercò di sottomettere i Sardi e i Corsi, ma il conflitto fu sempre latente ed in Sardegna emerse esplicitamente quasi subito, nel 1470 d.c., con Leonardo de Alagon, feudatario appena succeduto all’indomito zio Marchese di Oristano Salvatore Cubello nel dominio dell’Arborea e del Goceano, cui la Corona aspirava direttamente. Leonardo sfidò il Vicerè catalano ad Uras e lo sconfisse; 8 anni dopo, nella battaglia di Macomer, le truppe aragonesi prevalsero su Leonardo sottraendogli il dominio e imprigionandolo in Spagna dove morì molti anni dopo. La signoria spagnola fu sempre contrastata e fu infeconda per l’Isola nel suo complesso, anche dopo il matrimonio di Ferdinando d’Aragona con Isabella di Castiglia che aveva unificato i regni iberici.

Savoia

Il Regno di Sardegna arrivò ai Savoia col trattato di Londra del 1718 d.c., dopo le guerre di successione spagnole che avevano segnato l’inizio del secolo ed un triennale interregno asburgico. Il Re sabaudo Amedeo II attuò una feroce repressione ed occupò militarmente l’Isola. Anche il suo successore, Carlo Emanuele III, che riscattò i Tabarchini (pescatori e commercianti pegliesi stabilitisi dal 1540 d.c. su un’isoletta in prossimità della costa nord-africana ed entrati in conflitto col Bey di Tunisi) assegnandogli l’Isola di San Pietro, non introdusse cambiamenti sostanziali nell’assetto feudale dell’Isola ne promosse mutamenti delle condizioni di vita delle popolazioni; accrebbe invece, come i suoi successori, la pressione fiscale e lo sfruttamento delle risorse sarde.

La Maddalena, abitata fin dalla preistoria, nota ai greci, crocevia dei traffici marittimi in epoca romana, teatro di scontri tra i saraceni e le Repubbliche Marinare e sede di insediamenti benedettini non fu contemplata dal trattato di Londra a dispetto della sua importanza strategica;   rimase, quindi, terra di nessuno per circa 50 anni. Era abitata da una colonia di pastori corsi sin dal 1600 d.c. I Savoia se ne impossessarono nel 1767, patteggiando con gli isolani; questo spiega la lealtà dimostrata dalla comunità maddalenina nei confronti del Re sabaudo durante la guerra contro la Francia rivoluzionaria. Alla fine del secolo, a La Maddalena, Andrea de Geneys fondò la Marina da guerra dei Savoia, la Marina Sarda, dalla quale discenderà la Marina Militare Italiana; l’Isola diverrà progressivamente un’importante base navale, prima sabaudo-piemontese, poi Italiana.


A Caprera, la seconda Isola dell’arcipelago de La Maddalena, dimorerà a più riprese, si ritirerà, morirà ed è sepolto Giuseppe Garibaldi.

Già nella seconda metà del secolo i Sardi avevano preso a ribellarsi sempre più spesso ed efficacemente al dominatore sabaudo, sostenuti da un crescente appoggio politico e intellettuale specie dopo la Rivoluzione Francese, nel 1789 d.c.

Nel 1793 d.c., mentre La Maddalena resisteva alla pressione dei francesi, questi occuparono Sant’Antioco e Carloforte instaurandovi sistemi d’ispirazione repubblicana e illuminista; attaccarono Cagliari, ma furono sconfitti e respinti dalla resistenza dei Sardi ingannati da un’abile propaganda del clero e degli aristocratici fedeli alla corona.

Sull’onda di questi eventi l’aristocrazia sarda invocò autonomia e rappresentatività nell’ambito del regno piemontese, ma fu blandita e disillusa.

Nel 1794 d.c. le città e le campagne insorsero, furono uccisi generali piemontesi, imprigionati e scacciati funzionari del regno e lo stesso Viceré. Sassari ed i feudi logudoresi chiesero, però, di emanciparsi da Cagliari e di dipendere direttamente da Torino. La rivolta si estese progressivamente in chiave antifeudale. La situazione fu turbolenta e belligerante sino al Natale del 1795, quando i rivoltosi presero Sassari.

Giovanni Maria Angioy

Inviato dal Viceré con pieni poteri per sedare la rivolta, ma sensibile alla cultura illuminista, riconobbe la saldatura emergente tra le classi sociali escluse sino ad allora dal potere politico, raccolse il malcontento, fu accolto come un liberatore ed ottenne sostegno ovunque.

Anche a Sassari fu accolto da liberatore; per questo non gli fu necessario impiegare la consistente forza militare raccolta lungo la via da Cagliari per sottomettere i rivoltosi.

Rappacificata l’Isola, tentò di avviare l’emancipazione dei feudi e riscattare le genti sarde, entrando in conflitto anche militare coi Savoia; ne uscì, però, sconfitto. Fu abbandonato progressivamente dai suoi stessi compagni e dagli aristocratici che l’avevano appoggiato. Gli furono revocati i poteri e fu braccato.

Riuscì a fuggire in Francia dove coltivò ancora l’idea di rendere la Sardegna una terra più libera e per la quale si adoperò giungendo sino a convincere Napoleone –  Primo Console – ad organizzare una spedizione che, però, non partirà mai perché distratta da un’insurrezione in Corsica.

Morì in Francia; con lui un'altra occasione cruciale per il popolo sardo andò perduta.

Il Re in Sardegna

Il Re sabaudo riparò in Sardegna dopo l’occupazione francese del Piemonte nel 1799 d.c.; qui rimase sino al 1814 d.c., quando Napoleone cadde definitivamente.

L’Editto delle Chiudende

Tornato nelle sue terre dopo l’arroccamento sardo del primo ‘800, il Re piemontese Vittorio Emanuele I dette il colpo di grazia all’economia sarda con l’Editto delle Chiudende del 1820 d.c. Con questo provvedimento si autorizzava, di fatto, chiunque a recintare ed appropriarsi dei terreni che tradizionalmente erano risorsa collettiva. Dell’editto si avvantaggiarono i soggetti economici più forti, come i latifondisti e gli stessi piemontesi, stravolgendo uno dei cardini della cultura rurale e giuridica sarda sopravvissuto indenne persino agli aragonesi.

Famelico appetito

Ai numerosi tentativi di insurrezione soffocati nel sangue ed alle spinte indipendentiste ed autonomiste che si succedettero per tutto l’800, i piemontesi opposero sempre un famelico interesse per le risorse isolane, del quale l’intensivo disboscamento dell’Isola è ancor oggi una dolorosa testimonianza.

Con l’assegnazione ai Savoia del regno di Sardegna l’attività estrattiva aveva ritrovato vigore, ma la monarchia sabauda l’affidò all’inizio prevalentemente a stranieri (inglesi, tedeschi e svedesi). A metà del 1800, scadute ormai le vecchie concessioni e introdotta una nuova legislazione sulla materia, numerose società con capitali sardi, liguri e piemontesi investirono sull’Isola, con varia e non sempre fortunata sorte. Anche grazie ad un’analisi condotta da Quintino Sella (1868-71) – che era ingegnere minerario – l’attenzione alle miniere sarde, già da trent’anni sempre più produttive, guadagnò centralità nel governo sabaudo a cavallo dell’unificazione italiana; “intelligenze” con capitali stranieri alimentarono, però, in questo periodo nuovi appetiti sulle ricchezze isolane. Iniziò un periodo di grande produzione, di estensione delle aree estrattive e di nuovi flussi immigratori da diverse regioni del neonato Regno d’Italia che, però, non si accompagnarono al riconoscimento del diritto dei minatori a giuste condizioni di vita e lavoro ed alla loro emancipazione dalle società concessionarie.

L’unione “imperfetta”

Nel 1847 d.c. lo Statuto Albertino entrò in vigore in Sardegna in esito alla cosiddetta “unione (o fusione) perfetta” tra il Regno piemontese e l’Isola, sostituendo il Codice di Carlo Felice che era restato vigente per circa 20 anni dopo l’abrogazione della Carta de Logu.  

Si obliterarono così i valori storici dell’Isola. Non vi sarà più discontinuità tra le sorti del Regno piemontese, poi italiano, e la Sardegna.

Il primo sciopero generale d’Italia

All’inizio del ‘900 il movimento sindacale era lacerato da profonde divisioni emerse con chiarezza nell’Aprile del 1904, al Congresso dei Socialisti. In quell’anno si erano registrati numerosi scioperi in Sardegna; i minatori di Monteponi, Montevecchio, Lula, San Benedetto, San Giovanni Ingrostu, gli scalpellini di Villasimius e La Maddalena, i conciatori di Sassari e Bosa avevano scioperato avanzando le loro rivendicazioni. Il 3 settembre i minatori di Buggerru disertarono i pozzi, provocando anche l’interruzione del lavoro negli impianti di superfice. La società francese concessionaria restò sorda alle loro richieste e chiese aiuto al governo italiano che inviò due compagnie di soldati. Seguirono disordini e i soldati del Re italiano spararono sulla folla inerme a difesa  degli interessi del concessionario francese. Restarono a terra 3 morti e numerosi feriti di cui uno morì un mese dopo. Malgrado il prezzo di sangue pagato il lavoro riprese ob torto collo con poco vantaggio per i minatori. La reazione nazionale, però, non tardò; da più parti, perfino dalla Svizzera, nel movimento operaio si levò l’energica ed inedita istanza di uno sciopero generale. La Camera del Lavoro di Milano lo propose e, durante un gremito comizio restato memorabile, tenutosi nel cortile delle scuole di Porta Romana, la folla acclamò la proclamazione dello sciopero nazionale. In varie località d’Italia vi furono altre proteste e disordini, con altri morti e feriti. La tensione cresceva e i Socialisti superarono timori, divisioni ed indugi proclamando il primo sciopero generale della storia d’Italia. Per 5 giorni tutta l’Italia fu attraversata da un moto di indignata protesta dei lavoratori e dei contadini per l’ignobile vile eccidio dei minatori sardi.

Il “Secolo Breve” sardo

La prima metà del ‘900 è segnata da una pesante depressione economica, dallo spopolamento, dall’insorgere di un nuovo e particolare banditismo come fenomeno di reazione alla condizione cui uno Stato straniero, oppressore, distante, miope e sordo aveva condannato le comunità, e dall’enorme contributo di vite ai due conflitti mondiali.

Non mancheranno però in tutto il secolo periodi in cui riaffiorerà con prepotenza l’anelito sardo all’autodeterminazione, nella produzione letteraria e culturale o nei nuovi fermenti politici dai quali nascerà il Partito Sardo d’Azione tra le due guerre e lo Statuto dell’Autonomia parallelo alla Costituente repubblicana. Il ‘900 vedrà i natali di eminentissime personalità della politica e della cultura, sarde ma di respiro nazionale ed internazionale.

Durante il ventennio fascista una nuova stagione agricola, di bonifica e mineraria nel Sulcis – quella carbonifera -, con la nascita di Carbonia ed il suo originale carattere architettonico razionalista e sociale, darà nuovo slancio all’economia inducendo nuove immigrazioni.

Lungo l’intero arco del secolo prenderà forma sull’Isola una coscienza politica e sindacale non marginale ne culturalmente infeconda espressa da personalità di rilievo.

L’agricoltura e la pastorizia conosceranno nuova dignità.

Dopo la II^ guerra mondiale si sconfiggerà la malaria, ma insorgeranno le servitù militari, le  industrializzazioni delle quali oggi si raccoglie il frutto controverso ed un nuovo banditismo; l’estrazione  metallifera e carbonifera si spegnerà progressivamente a causa dell’esaurimento dei giacimenti e/o della sua scarsa economicità; in Sardegna ci sono ancora, tuttavia, ricchi giacimenti d’oro. Prenderà piede il turismo come fonte di ricchezza e lavoro, ma con le insidie edificatorie che l’accompagnano. Troverà nuova linfa la cultura autonomista ed indipendentista in una nuova declinazione, spesso d’avanguardia.

Indipendenza e autonomia

Dall’epoca nuragica allo Statuto dell’Autonomia (1948 d.c.) i popoli sardi sono stati indipendenti a periodi alterni per circa 1400 anni; sono stati, invece, soggetti al dominio delle potenze emergenti nelle varie epoche per complessivi 2150 anni. La Sardegna oggi è integrata nello Stato Italiano, ma gode di uno speciale regime di autonomia.


Nell’Europa del XXI secolo e nel fermento mediterraneo dell’inizio del terzo millennio, in un anfiteatro ormai globalizzato, misurandosi con una profonda mutazione dell’economia, con nuove sfide di integrazione socio-culturale e con un nuovo anelito autonomista l’avventura sarda continua, come sempre, in proscenio.


Un grazie particolare a Marta, Chiara e Carlo che hanno avuto la pazienza e la generosità di rivedere questo lavoro.

Prenota
il tuo ormeggio

per le quotazioni di lungo periodo
(estate, inverno, intero anno)

per le quotazioni di breve periodo
(giornaliero, weekend, settimana)

Resetta il Pannello di Prenotazione Step precedente
Tipologia
imbarcazione
indica la tipologia della tua barca
Vela Monoscafo
Vela Multiscafo
Motore Monoscafo
Motore Multiscafo
Step successivo:Lunghezza imbarcazione
Step precedente Resetta il Pannello di Prenotazione
Lunghezza
imbarcazione
indica la lunghezza in metri
Step successivo:Decimali lunghezza
Step precedente Resetta il Pannello di Prenotazione
Lunghezza
imbarcazione
inserisci i decimali per la lunghezza
Step successivo:Larghezza imbarcazione
Step precedente Resetta il Pannello di Prenotazione
Larghezza
imbarcazione
indica la larghezza in metri
Step successivo:Decimali larghezza
Step precedente Resetta il Pannello di Prenotazione
Larghezza
imbarcazione
inserisci i decimali per la larghezza
Step successivo:Data di arrivo
Resetta il Pannello di Prenotazione
Arrivo
imbarcazione
inserisci la data di arrivo
Step successivo:Data di partenza
Step precedente
Partenza
imbarcazione
inserisci la data di partenza
Loading